Autrice: Cristina Cerasi
In Abruzzo esiste ancora un mondo che r-esiste. Non come reliquia folkloristica, non come cartolina nostalgica, ma come sistema economico, culturale e ambientale capace di generare valore reale. È il mondo della pastorizia. A raccontarlo con la sua esperienza e una visione spesso controcorrente (ma del tutto condivisibile) è Nunzio Marcelli, fondatore dell’azienda agricola La Porta dei Parchi, figura simbolo di una nuova idea di allevamento che unisce tradizione, sostenibilità, trasformazione culturale e innovazione.
Nel suo racconto la pecora non è semplicemente un animale da allevamento. È un presidio territoriale, uno strumento di tutela ambientale, una chiave di lettura dell’identità abruzzese e persino una possibile risposta allo spopolamento delle aree interne. Nunzio Marcelli è spesso denominato “l’ultimo pastore d’Abruzzo”, ma per noi è molto di più.
Nel nostro blog non vogliamo raccontare la pastorizia come un qualcosa sulla via del tramonto, né i pastori come cigni verso il loro ultimo canto. Per noi la pastorizia è un seme, un’alba, una speranza, una testimonianza della nostra cultura. È così che vogliamo rappresentare Nunzio e la sua missione: con la grinta e la forza visionaria che meritano.
Buona lettura di questa intervista, fatta durante una splendida giornata passata a La porta dei Parchi, il bioagriturismo diretto proprio da Nunzio. Con Valle delle Abbazie ti portiamo a scoprire un pezzo d’Abruzzo che speriamo ti emozionerà.
Indice dell'articolo
La guida delle nostra Valle a Nunzio Marcelli
A Nunzio abbiamo donato anche una copia della nostra guida Valle delle Abbazie. L’ha molto apprezzata e ha speso belle parole anche per il progetto, guidato da ITACA ETS, e ne siamo lieti. Se anche tu desideri avere le guide di Valle delle Abbazie, puoi seguire le indicazioni di seguito.
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D: In che modo la pastorizia, oggi, può contribuire a contrastare lo spopolamento delle aree interne e a ricostruire comunità locali più coese?
R: La pastorizia oggi, che non è più la pastorizia di prima, può contribuire a contrastare lo spopolamento? La pastorizia delle aree interne rappresenta spesso un problema. Perché? Perché rappresenta un problema culturale, ma la pastorizia non è un problema. La pastorizia è la soluzione, in quanto questi centri (le aree interne) hanno ragione di essere proprio perché valorizzavano tutto quello che era la produzione della pecora.
Sono mutate le condizioni di mercato, ma in Abruzzo abbiamo una fortuna molto particolare. Abbiamo un consumo annuo di 700 mila carcasse che vengono dall’estero per alimentare l’industria dell’arrosticino. 700 mila capi. Sono circa 200 milioni l’anno di prodotto che potrebbe essere acquistato in loco, riattivando tutta una serie di aziende. Ma con il vantaggio che quelle aziende non sono aziende stagionali, sono aziende che rimangono sul territorio per l’intero arco dell’anno.
E contribuiscono a riportare almeno un presidio umano in tante aree che si trovano dislocate sui pascoli, che sono appunto la risorsa da valorizzare. Nessun altro tipo di attività sarebbe in grado di sostenere l’occupazione in quelle aree.
Il discorso pastorizia, però, non è che così semplice da riattivare. Bisogna creare le condizioni esterne. A cominciare dai servizi di assistenza tecnica, la produzione dei foraggi, la trasformazione, per cui i mattatoi. Insomma, ci sono alcune criticità da dover affrontare. Ma nulla di impossibile. Serve volontà, soprattutto politica.
Per decenni la narrazione dominante ha dipinto la pastorizia come un’attività marginale, superata dalla modernità e incapace di competere economicamente. Marcelli ribalta completamente questa prospettiva ed evidenzia chiaramente cause e problematiche della crisi della pastorizia.
Le nostre riflessioni
Da semplice ascoltatrice mi chiedo: una Regione che esalta, con una certa continuità “l’arrosticino e la pecora” (spesso in modo troppo letterale) e che allo stesso tempo abbandona così la pastorizia (e acquista carne di pecora all’estero), può definirsi ancora consapevole della propria identità? Stiamo forse sbagliando il modo di analizzarci e raccontarci? Stiamo forse rischiando di perdere quello che siamo per renderlo più pop e standardizzato?
Oppure, come affermato da Nunzio, manca soprattutto la volontà e la crisi della pastorizia (e delle aree interne) ha una certa responsabilità politica e quindi dolosa? Dopo la giornata con Marcelli torno a casa piena di domande.
La pastorizia non è il problema: è la soluzione
Nunzio Marcelli

Antipasto a La Porta dei Parchi
D: La pastorizia può integrarsi con la contemporaneità, mantenendo la sua anima, per rendersi attrattiva?
R: La pastorizia può integrarsi con la contemporaneità senza perdere la propria identità. Anzi, probabilmente è proprio questa una delle sfide più importanti: mantenere il legame con il territorio, con i ritmi naturali e con una certa cultura del lavoro, utilizzando però gli strumenti del presente.
Oggi il pastore non è necessariamente una figura isolata dal mondo. Anche nelle aree interne la tecnologia è ormai parte della quotidianità: serve per comunicare, promuovere le attività, gestire il lavoro, creare reti, raccontare il territorio. Può diventare uno strumento utile anche per valorizzare la qualità dei prodotti e costruire nuove opportunità economiche.
La contemporaneità non deve per forza significare abbandono delle tradizioni. Può essere invece la possibilità di reinterpretarle in modo sostenibile e attuale. In territori come questi, inoltre, esiste una qualità della vita che sempre più persone iniziano a ricercare: ritmi meno frenetici, maggiore contatto con la natura, tempi più umani.
Non a caso molte aree interne possono diventare adatte anche a nuove forme di lavoro, come lo smart working. La pastorizia contemporanea può quindi unire innovazione e tradizione: utilizzare la tecnologia senza rinunciare al rapporto con la terra, agli animali e ai paesaggi che da secoli caratterizzano questi territori.
D: Qual è il ruolo della pastorizia nella tutela degli ecosistemi montani e della biodiversità, e come si integra con le sfide ambientali contemporanee?
R: C’è un’ampia letteratura che ha studiato questo processo dei servizi ecosistemici che sono derivati dalla pastorizia. C’è qualcuno che poco sa e presto parla. Ho visto anche personaggi televisivi che si ritengono ambientalisti, che spesso citano i pastori come i responsabili di alcuni disastri.
C’è ad esempio, il discorso dell’emissione di metano. Probabilmente, se questo può essere vero per i grandi mammiferi o gli allevamenti intensivi, per quanto riguarda la pecora e la capra la situazione è molto diversa.
Loro sono dotati di un apparato digerente che ha un transito molto più complesso di quello della vacca. Per cui il prodotto viene praticamente assimilato tutto e digerito, oltre che digerito anche inertizzato da un punto di vista della fermentazione.
E diventa un concime molto immediato, che sostiene tanti animali, soprattutto gli insetti, che poi sono la base di quello che è una catena alimentare per gli uccelli, i roditori e altro. L’ovino è un fattore di grande biodiversità anche da un punto di vista botanico.

D: Parliamo adesso di Adotta una pecora. Può essere anche un modello che spinga il settore a tornare competitivo? Può essere un’iniziativa che riavvicini le persone al cibo?
R: Adotta una pecora è un piano di comunicazione di un mondo rurale. Che in qualche modo dovrebbe essere un volano per invitare un certo tipo di utenza. Quella che non conosce molto bene gli aspetti della vita rurale. Vorremmo far arrivare alle persone il messaggio che si può eliminare lo stress, tornando a ritmi quasi curativi.
Rallentare rispetto a un modello di vita urbano, che caratterizza ormai la vita di una grande maggioranza di cittadini. Vogliamo contrastare la paura di andare in campagna, da parecchi anni ormai c’è una sorta di fobia degli animali (nota: allude agli ovini ecc.).
Paura della sporcizia! Si ritiene più igienico mantenere i bambini in un parco dove passano centomila macchine… che però fa meno paura perché tutto bello definito, in un confine. È stato un modello culturale prima ed economico dopo che ha allontanato le persone dalla campagna. Adotta una pecora vuole riavvicinare le persone alla vita lenta e ai prodotti della terra.
Le nostre riflessioni
Un’affermazione che mi ha toccato particolarmente “Si ritiene più igienico mantenere i bambini in un parco dove passano centomila macchine… che però fa meno paura perché tutto bello definito, in un confine.” Essendo per me la libertà il valore più grande che esista ho sentito una stretta al cuore e al collo ricordando i “non correre, non sporcarti, non muoverti” detti dai miei genitori nella mia infanzia.
Eppure, i miei nonni mi portavano in campagna, tra gli animali. Nonna mi faceva bere il latte appena munto e l’uovo appena deposto, facendo due piccoli buchi sul guscio. Faceva anche il formaggio e la sua “sprisciocca” (formaggio fresco spremuto con le mani) è uno dei ricordi più cari che ho. Pur rendendomi conto di alcune regole igieniche che mia nonna di certo non rispettava, penso che non sarei la stessa persona di oggi se avessi vissuto una vita defraudata del contatto con la terra.
L’odore del fieno e persino quello delle deiezioni degli animali, non riesco a ricordarli come qualcosa di spiacevole per il naso. Sono fermamente convinta di aver imparato tanto grazie a quei momenti in campagna con i nonni, seppur troppo pochi.
Allora mi chiedo: il fatto di vedere sempre e solo i prodotti impacchettati nel supermercato (sia di origine animale che vegetale), è forse qualcosa che ci sta portando a perdere del tutto la nostra sovranità alimentare? A smarrire la connessione col cibo e la comprensione dell’impatto che le nostre scelte possono avere? Anche stavolta resto solo piena di domande.

La Porta dei Parchi: attività ricettiva
D: La figura del pastore è profondamente radicata nell’identità culturale dell’Abruzzo: cosa stiamo perdendo con l’abbandono di questa tradizione?
R: Attualmente la pastorizia, cioè quella diretta, è per lo più esercitata da non italiani. E non si sa fino a che punto loro riusciranno a reggere da soli. Fino a quando andare a fare il pastore non rappresenterà un elemento di merito e di orgoglio, sarà difficile che qualcun altro ritenga opportuno fare una cosa del genere.
Vado sempre cercando i motivi per cui oggi ci ritroviamo così. In un certo senso un po’ impoveriti con la gente che se ne va, che scappa, che nel territorio dice che non trova niente, che non ci sono opportunità, eccetera. Invece mi sembra che le opportunità ci possano essere eccome.
Adesso non c’è visione. Non ci sono persone adeguate che siano in grado di vederlo. Ma non solo perché gli interessi, soprattutto a livello politico, sono nel breve periodo, non nel medio e nel lungo periodo. Non c’è una cultura pastorale che si cerca di mantenere. Invece l’altra direzione che è stata presa, quella dell’attuale racconto dell’Abruzzo, è “di suggestione”, di banalizzazione della cultura abruzzese.
Io non vengo da una tradizione pastorale. La mia è stata una decisione legata al fatto che bisognava valorizzare le risorse del territorio in maniera sostenibile e che si riagganciasse anche a quello che culturalmente era stato un utilizzo di questo territorio.
Le nostre riflessioni
Il pastore è visto, molte volte, come qualcosa di lontano e fiabesco o come un mestiere “rozzo” e dei tempi andati, ma entrambe le raffigurazioni non rendono giustizia alla pastorizia, soprattutto a quella che Nunzio Marcelli intende sviluppare e promuovere.
È forse ora di uscire dalla “retorica del buon pastore”, che ne restituisce un’immagine irrealistica e amena, e iniziare a pensare alla pastorizia (e le sue derivazioni) come un motore imprenditoriale per l’Abruzzo? È forse ora di superare anche la convinzione (indotta o meno) che lavorare nel settore pastorizia sia un demerito e fare di questo mestiere un carburante per la crescita delle aree interne?

D: Il formaggio pecorino è il risultato di una storia millenaria: può raccontarci cosa è cambiato rispetto al passato? In procedure, simboli e significati, ruolo del pecorino della società e nell’alimentazione ecc.
R: Anni fa una famiglia, quando acquistava il pecorino da un pastore, non ne acquistava un chilo. Ne acquistava 20, 30, 40 chili che poi provvedeva a tenere in cantina. A fette, grattugiato o come fine pasto ne consumava questa quantità.
Oggi, io penso che per consumare 30 chili ce ne vorranno 10, 15 di famiglie. È cambiato anche il gusto alimentare. Fermo restando che poi il pecorino, rispetto a tanti altri formaggi, è un latte che proviene sostanzialmente dal pascolo.
Con tutta una serie di benefici maggiori rispetto agli animali che stanno in stalla. Anche a livello nutrizionale il pecorino è migliore. Però c’era una certa pubblicità negli anni ’60, ’70 e a seguire che privilegiava le sottilette, il formaggio spalmabile, i formaggini… questi ultimi sono la cosa peggiore che si possa dare a un bambino perché sono formaggi fusi di scarto.
Il problema è a cominciare dagli stessi pediatri che promuovevano questi alimenti scadenti. E questa era la cultura dei pediatri. Ad esempio dicevano che se dovevi svezzare i bambini bisognava usare il parmigiano reggiano, ma il parmigiano reggiano viene da un animale che sta in stalla. Il pecorino no. C’è stata tutta una cultura e i pediatri sono pediatri, la gente li ha ascoltati.
Poi, per quanto riguarda il gusto cambiato, i pecorini non necessariamente si devono fare così piccanti. Si possono avvicinare al gusto contemporaneo. Molte volte il piccante era un modo per poter dare a impasti, patate o altro un sapore un po’ stimolante. Ma non è obbligatorio farlo piccante.
Dipende dalle temperature di stagionatura. Se io voglio un pecorino molto piccante, lo lascio a temperatura ambiente, se il pecorino lo tengo intorno ai 15-18 gradi, il pecorino viene dolce. Però se il pediatra ti dice “vai con il parmigiano” tu lo fai.
Noi come azienda abbiamo creato una vera e propria rivoluzione, abbiamo sdoganato il pecorino da certi standard tradizionali attraverso una ricerca. E forse sono stato agevolato in questo dal non essere uno che veniva da una famiglia pastorale.
Per cui ho affrontato il problema con un approccio più aziendale, più contestualizzato al momento contemporaneo. Lavorando insieme si potrebbe fare una vera rivoluzione.
Le nostre riflessioni
Sono una strenua sostenitrice della cultura abruzzese e da qualche tempo, per piacere personale, vado alla ricerca di ricette tipiche che siano originali, non compromesse da ingredienti non autoctoni. Sono una di quelle che non riesce a tollerare il parmigiano nelle pallotte cacio e ova (e ne ho visti tanti utilizzarlo).
Mi chiedo: il gusto è cambiato per una nostra scelta e volontà o solo per una fame di “modernità” che ci ha fatto seguire una strada lontana dalle nostre abitudini territoriali? Una strada forse presa e percorsa in modo acritico e con cieca fiducia nella colorata pubblicità dagli anni ’80 in poi?
È eccessivo parlare di una sorta di “colonialismo culturale” operato dal marketing nei confronti della tradizione regionale (discorso che vale per tutte le Regioni d’Italia, soprattutto quelle legate ad agricoltura e pastorizia, ma anche pesca)? E di nuovo resto piena di interrogativi.
Non sono contro la “modernità”, né contro la pubblicità o il marketing (lavoro anche nel settore) ma ritengo che essere consapevoli delle proprie scelte e non solo indotti all’acquisto da uno spot patinato, sia qualcosa che dobbiamo a noi stessi. Scegliamo noi o lasciamo che qualcos’altro scelga per noi per semplificarci la vita e risparmiare energie cerebrali?
In conclusione, l’incontro con Nunzio Marcelli è stato per me un momento importante. Che mi ha lasciata profondamente arricchita e ancor più volenterosa di studiare e imparare il più possibile della mia cultura abruzzese. Perché, penso, riappropriarsi delle proprie origini e rivendicarle, senza timore o vergogna, è un atto di consapevolezza e di profondo rispetto di sé.

Nunzio Marcelli e Cristina Cerasi

