“La coperta abruzzese è la nostra storia”: intervista a Gaetano Merlino del Lanificio Merlino di Taranta Peligna

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Autrice: Cristina Cerasi

Ci sono luoghi in cui il tempo sembra scorrere seguendo il ritmo dei telai. Uno di questi è il Lanificio Merlino di Taranta Peligna, nel cuore della Maiella, dove per oltre un secolo la lavorazione della lana ha raccontato una delle tradizioni manifatturiere più antiche dell’Abruzzo. Purtroppo, la lavorazione si è interrotta nel 2024 con la cessata attività dell’ultima fabbrica della Regione che produceva coperte abruzzesi.

In questa intervista Gaetano Merlino ripercorre la storia della sua famiglia, l’origine della celebre coperta abruzzese, il significato dei suoi simboli e le sfide che oggi mettono a rischio un patrimonio artigianale unico.

La storia del Lanificio Merlino inizia più di un secolo fa. Come nasce questa realtà?

Gaetano Merlino: «La nostra storia comincia con mio bisnonno Vincenzo Merlino, subito dopo l’Unità d’Italia, intorno al 1870. Ma in realtà la tradizione tessile di Taranta Peligna è molto più antica. Qui la lana era parte della vita quotidiana. Si producevano coperte, mantelle, panni di lana, lenzuola, camicie e tessuti indispensabili per affrontare gli inverni della dorsale appenninica, quando il riscaldamento semplicemente non esisteva. Molto si produceva in casa. Uno dei punti di forza della lana era proprio quella che normalmente viene considerata una sua caratteristica negativa: la capacità di infeltrire. Noi abbiamo trasformato questo difetto in un pregio, sfruttandolo per ottenere tessuti resistenti e molto caldi.»

La coperta abruzzese è il prodotto simbolo del lanificio. Quali sono le sue origini?

Gaetano Merlino: «Le sue origini si perdono nella storia. Prima dell’Ottocento non esistevano ancora le fabbriche come le conosciamo oggi. Tutto veniva realizzato nelle case, mentre la rifinitura della lana avveniva nelle gualchiere, le antiche macchine utilizzate proprio per lavorare il tessuto. Taranta Peligna non era l’unico centro produttivo: anche Palena e altri paesi della valle avevano una forte tradizione tessile. Era un sapere diffuso, nato molto prima dell’industrializzazione.»

coperte merlino taranta peligna, coperte abruzzesi in quattro colori originali

Le 4 versioni originali delle coperte abruzzesi, tutte a due colori. In seguito si sono introdotte colorazioni più elaborate.

Come si è evoluta la produzione nel corso del Novecento?

Gaetano Merlino: «Negli anni Sessanta la tecnica è cambiata. Le prime coperte erano realizzate con due colori perché era la soluzione più semplice dal punto di vista tecnico. Successivamente si è passati ai modelli a tre colori, resi possibili dall’evoluzione dei telai e delle lavorazioni.»

La coperta abruzzese non è soltanto un oggetto d’uso. Ha anche un forte valore simbolico.

Gaetano Merlino: «Assolutamente sì. In origine era anche una coperta votiva. Veniva esposta durante le processioni del Corpus Domini, affacciata alle finestre o ai balconi. Era un modo per onorare il passaggio della processione e rappresentava un elemento importante della religiosità popolare. Anche i celebri angeli raffigurati sulle coperte raccontano una storia affascinante.»

Esiste infatti una storia legata agli angeli della coperta abruzzese. Ce la racconta?

Gaetano Merlino: «Alcune donne arabe sarebbero approdate sulle coste abruzzesi e avrebbero portato con sé tecniche di tessitura che si sono poi diffuse nell’entroterra. L’angelo è un simbolo condiviso da culture diverse e potrebbe essere stato scelto proprio per favorire l’integrazione di queste tessitrici nel territorio. È una storia che continua ad accompagnare la coperta abruzzese. Le donne di origine araba, rimanete nel territorio, hanno continuato ad intrecciare per secoli. Dalla loro tecnica deriva anche il tappeto tipico di Pescocostanzo, oggi purtroppo non più prodotto e in via di estinzione. Se lo si osserva, sia l’intreccio che i motivi riprendono dalla cultura araba.»

Perché questa produzione è entrata in crisi?

Gaetano Merlino: «Il cambiamento è arrivato con il riscaldamento domestico. Quando le case hanno iniziato a essere riscaldate, è venuta meno la necessità di utilizzare tessuti così pesanti. Io stesso ho dedicato la mia tesi di laurea proprio alla crisi del cardato, il tessuto con cui si realizzavano molti di questi manufatti. Era un materiale resistente, robusto, perfetto per il clima dell’Appennino, ma con il cambiare delle abitudini è stato progressivamente sostituito.»

Le vostre coperte sono arrivate anche nel mondo del cinema.

Gaetano Merlino: «Sì, abbiamo fornito tessuti utilizzati in diverse produzioni cinematografiche tra cui La Vita è Bella per cui abbiamo creato le casacche degli ebrei nei campi di concentramento. Mi è capitato poi di riconoscere le nostre coperte in alcuni film, tra cui una pellicola con Alberto Sordi, dove comparivano proprio le tradizionali coperte con gli angeli.»

Qual è oggi il futuro della coperta abruzzese?

Gaetano Merlino: «Credo che sia difficile immaginare un ritorno alla produzione di massa. Oggi la coperta abruzzese può sopravvivere soprattutto come patrimonio culturale. In Francia, ad esempio, esistono tessiture storiche che vengono sostenute dallo Stato perché considerate un bene di interesse nazionale. Sarebbe importante riconoscere anche la coperta abruzzese come parte del patrimonio culturale italiano.

Queste lavorazioni raccontano la storia dell’Appennino, della pastorizia, della lana e delle comunità che per secoli hanno vissuto grazie a questo mestiere. Se perdiamo queste competenze, perdiamo una parte della nostra identità.»

Cosa dovrebbe fare oggi un territorio per non perdere questo patrimonio?

Gaetano Merlino: «Serve una visione di lungo periodo, soprattutto da parte dei politici. Conservare una tradizione non significa soltanto produrre un oggetto, ma mantenere viva una cultura fatta di conoscenze, tecniche e memoria. La coperta abruzzese non è semplicemente un tessuto: è il racconto di un territorio e delle persone che lo hanno abitato. È questa la sua vera ricchezza.»

Le nostre riflessioni

Oggi siamo abituati a cercare esperienze autentiche quando viaggiamo. Ci emozioniamo davanti a un borgo, a un piatto tradizionale, a un laboratorio artigiano ancora attivo. Ma troppo spesso ci dimentichiamo che queste esperienze esistono solo perché qualcuno, prima di noi, ha scelto di conservarle. E che continuano a esistere soltanto se qualcuno decide di investire tempo, risorse e fiducia per mantenerle vive.

La chiusura del Lanificio Merlino nel 2024 non rappresenta soltanto la fine dell’ultima azienda che produceva la coperta abruzzese. Segna l’interruzione di un sapere che aveva attraversato secoli di storia, adattandosi ai cambiamenti senza perdere la propria identità. È un monito su quanto sia fragile il nostro patrimonio culturale quando viene considerato soltanto un ricordo del passato e non una risorsa per il futuro.

Noi di Valle delle Abbazie crediamo che valorizzare un territorio significhi anche raccontare queste storie. Non per nostalgia, ma perché conoscere ciò che siamo stati aiuta a capire chi siamo oggi. La cultura non vive soltanto nei grandi monumenti o nelle opere d’arte: vive nelle mani di chi tesseva una coperta, di chi produceva vino cotto, di chi allevava le pecore, di chi costruiva un’identità attraverso il lavoro quotidiano.

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